Chi ha vissuto veramente Venaria sa che tra i suoi concittadini più illustri c’è anche Beppe Minello, classe 1957, per quarantadue anni importante firma de “La Stampa”, giornale che ha vissuto partendo dalla base, ovvero quella del «trifolau della notizia» da corrispondente di provincia, fino ad arrivare ai “piani alti”, ovvero quelli del capo redattore, occupandosi di cronaca nera ma anche di politica sabauda, stando a stretto contatto con Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino ai tempi delle Olimpiadi 2006.
Ed è proprio nella Torino post-Olimpica che si dipana la storia raccontata nel primo libro di Minello, «Anonima Cronisti», edito dalla Golem, presentato nel pomeriggio di ieri, martedì 23 giugno, nella suggestiva cornice della «Trattoria San Marchese» di Venaria Reale. Un pomeriggio tra amici, molti dei quali ex calciatori della «mitica» Aurora - ma anche il neo assessore Pino Capogna - dove Minello ha risposto, con l’ironia che lo ha sempre contraddistinto, alle domande di un amico, l’avvocato Paolo Pavarini.
«Anonima Cronisti» lo si potrebbe definire “giallo” ma anche “noir”. Ma un attento lettore, alla fine, scoprirà come si tratti di una bellissima lezione di giornalismo “vecchio stampo” che porta a una serie di profonde riflessioni sulla materia e sulla vita.
È la storia di Matteo Pavese, giornalista “fatto e finito” che mette a disposizione il suo sapere e la sua carriera di un gruppetto di cronisti che, per amicizia e ognuno per le sue competenze, si trova a indagare sull’apparente omicidio di un consigliere comunale protagonista di dure battaglie contro una milionaria speculazione edilizia. Indagini che diventano articoli e scatenano la reazione di chi si sente minacciato nei propri interessi. Sembra quasi una storia semplice, ma non è così: i nemici, infatti, sono anche dentro la redazione – e non solo fuori.
Impegnati su due fronti, l’Anonima cronisti porterà alla luce le malefatte degli speculatori e dei loro amici e scoprirà un legame tra i disonesti di oggi e quelli che, un quarto di secolo prima, avevano orchestrato una truffa miliardaria (in vecchie lire) a Pinerolo.
Il libro è un bellissimo viaggio tra la Torino post-olimpica, Venaria Reale, Pinerolo e persino la Liguria, più precisamente Rollo, borgo poco sopra Andora.
«Non è stato facile togliermi i panni del cronista per indossare il vestito dello scrittore. È stata una sorta di lunga analisi dallo psicologo, dove scrivendo ho “liberato” parti di me ancora nascoste e, allo stesso tempo, “cacciato” tante situazioni che avevo chiuso in qualche cassetto della mia mente e del mio corpo. Il libro racconta una storia con personaggi inventati ma che rispecchiano, in qualche modo, situazioni realmente vissute e persone realmente esistite e che hanno avuto una rilevanza nella mia fortunata e bellissima vita di cronista. Appartengo pienamente alla scuola del scrivi di ciò che conosci. E la scrittura, sia pur prima da cronista e oggi da scrittore, diciamo, alle prime armi, è da sempre lo strumento migliore che possiedo per comunicare stati d’animo, idee, riflessioni, passioni. Ed è molto appagante», spiega durante la chiacchierata con Pavarini.
E a chi gli ha chiesto se rimpiange il fatto di essersi avvicinato alla scrittura di libri qualche anno prima, Minello risponde con tanta onestà: « Avrei dovuto avvicinarmisi prima, ne avrebbe giovato il mio lavoro di cronista quando la cosa che mi entusiasmava di più era scoprire notizie, approfondire temi complessi e il mettermi davanti a una tastiera lo consideravo un accidente della storia, un male necessario».

