Uno si trova in via Reiss Romoli a Torino, l'altro in strada Bellacomba, sempre a Torino ma non distante da Borgaro, dalla tangenziale e da Venaria Reale.
Si tratta di due impianti di trattamento rifiuti sequestrati, nelle scorse ore, dal Gruppo Carabinieri per la Tutela Ambientale e la Sicurezza Energetica di Milano nell'ambito della operazione "Millenium" che ha portato alla scoperta di un articolato sistema di traffico illecito di rifiuti, legato alle attività di bonifica del cantiere del “Parco della Salute, della Ricerca e dell’Innovazione di Torino”.
Il decreto di sequestro è stato emesso dal gip del Tribunale di Torino su richiesta della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, che ha disposto il sequestro di due impianti di trattamento rifiuti.
Secondo quanto emerso dall’attività investigativa, sviluppata dai Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (N.O.E.) di Torino, oltre 200.000 tonnellate di terre e rocce da scavo, spesso contaminate, sarebbero state gestite in modo non conforme alla normativa e successivamente reimmesse sul mercato come materiale recuperato attraverso certificazioni ritenute false.
L’inchiesta si concentra anche sull’appalto per la bonifica dell’area, caratterizzato – secondo l’impostazione accusatoria – da prezzi di trattamento fuori mercato, circostanza che avrebbe favorito il ricorso a pratiche illecite per garantire la sostenibilità economica delle attività.
Numerosi gli indagati, tra amministratori, dirigenti e operatori del settore, ai quali vengono contestati, a vario titolo, i reati di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.), inquinamento ambientale, falsità materiale e ideologica e impedimento del controllo (art. 452-septies c.p.). Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori del NOE, tali rifiuti – spesso contaminati – sarebbero stati conferiti presso impianti non idonei, in larga parte non sottoposti ai trattamenti previsti, e poi reimmessi sul mercato come materiali “recuperati” (End of Waste), sulla base di certificazioni falsificate.
Elemento chiave dell’indagine è l’appalto per la bonifica dell’area, affidato a un raggruppamento di imprese e successivamente subappaltato alla società destinataria del sequestro.
Le investigazioni hanno evidenziato come il prezzo pattuito per il trattamento dei rifiuti fosse pari a circa 7 euro a tonnellata, a fronte di costi reali stimati, a seconda del livello di contaminazione dei rifiuti trattati, fino a 60 euro a tonnellata.
Uno squilibrio economico tale da rendere, secondo l’ipotesi accusatoria, l’appalto sostenibile solo attraverso pratiche illecite, con l’abbattimento artificiale dei costi e la gestione abusiva dei rifiuti.
Nel procedimento risultano indagate numerose persone – amministratori, dirigenti e dipendenti delle società coinvolte, oltre a soggetti operanti nella filiera del trasporto e della consulenza ambientale – nonché le stesse società per responsabilità amministrativa degli enti.
Le ipotesi di reato contestate comprendono, a vario titolo l'attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti; l'inquinamento ambientale e gestione abusiva di rifiuti; la falsità ideologica e materiale in atti e l'impedimento e intralcio alle attività di controllo.

