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Si chiama «Hanno ucciso il bambino» ed è il nuovo album del cantante venariese Alex D’Herin, pubblicato da D'herin Records su tutte le piattaforme digitali.

L’ultima fatica è una sorta di testamento spirituale, un’invocazione. La voce di un’anima, portavoce di chi ha un vissuto che “ha abbracciato l’indecenza del male nella sua maggiore essenza”; sopravvissuta a sé stessa attraverso necessarie, infinite trasformazioni, per poi, risorgere riscattata.

Dolore, morte ma anche amore. Un mix tra la sua voce inconfondibile, le chitarre e il pianoforte, tutti sostenuti da una ricercata orchestrazione d’archi, synth, basso e batteria.

“Hanno ucciso il bambino” è un viaggio tra passato e presente, attraverso la “notte che è figlia di chi non ha paura”, tra cielo e terra che giocano a rincorrersi all’interno di ritmi scorrevoli e veloci come in “Amy”, o, come nel brano: “Come angeli”.

Infine, onnipresente in tutta l’opera di D’Herin , come fosse un “Deus ex machina”, troviamo l’amore, ricercato in ogni cellula, “tra cielo e mare”, o all’interno dello struggente brano: “ Etienne”, accompagnato dalle sonorità di un pianoforte troppo umano che accarezza le amare, dolcissime parole: “Un abbraccio che non vuol finire”, per poi riprendere e concludere con :” L’amarezza del distacco”.

All’interno dell’album, c’è spazio anche per la denuncia sociale, per la protesta, come nel brano che da nome all’opera “Hanno ucciso il bambino”, in cui il pianoforte e la chitarra commemorano la morte dei sogni e delle emozioni che, non sempre, trovano rispondenza nei moderni apparati e sistemi. Sistemi all’interno dei quali convivono anche “corpi spazzatura”, ai margini delle strade come in “Kengsinton” e, tangibilmente, dietro le case di ognuno di noi. Sacro e profano, invece, si fondono creando identità, all’interno del brano “Madre”, dove una perdita troppo grande da consumare, avvolge ogni nota che, nonostante la velocità attraverso cui è prodotta, scandisce un dolore ancora vivo e pulsante: ”Quanto amore hai lasciato dentro il tuo ultimo respiro”. Anche la natura è spettatrice privilegiata all’interno dell’intero album. Natura e dolore, come in una unione panica, sovrastano all’interno della traccia “Nero è il mare”, un mare nero che sembra raccogliere tutto il dolore del mondo, “troppo nero persino per il mare”. Ed ecco, riaffacciarsi l’amore! Ancora e sempre amore Come in “Quello che sarà” o “Brucerà soltanto chi ha voluto amare”.

Note fresche legano natura e spirito in ”Sarà primavera”. “Respiriamo l’immenso / Siamo passeggeri distratti sui binari del tempo”. Un malinconico pianoforte ed una chitarra si incontrano per dettarsi promesse d’infinito dentro al ciclico succedersi del tempo e delle stagioni, intercettando nostalgie di vite trascorse in connessione con “l’eterno bambino” che corre verso il sole nel brano “Tempo che va via”, proprio come il tempo.